Imenoplastica

6 maggio 2012 - Blog Beppe Grillo

di Mina

Mina sul Blog di Beppe Grillo
Si chiama imenoplastica. È un intervento
semplice, poco doloroso, dal costo accessibile e di grande effetto, a patto che
il chirurgo rispetti la deontologia del segreto professionale e che gli
utilizzatori terzi (del pezzo) successivi siano diversi dai precedenti. Anche
un po’ più faciloni e di bocca buona, a dire la verità. Chi vi si sottopone
solitamente mantiene un riserbo strettissimo e vive in solitudine e privatezza
il proprio rinascimento, per dare alla riapparizione l’eclatanza dovuta. Queste
tacite regole comportamentali hanno fin qui garantito miracolose riacquisizioni
di vita e speranze inimmaginabili a donne, non necessariamente di malaffare,
con pretese e doveri nei confronti di se stesse e di chissà quale tipo di
pretendente. Oggi si affaccia una nuova tendenza che stravolge i canoni
dell’imenoplastica. Neanche il più basilare si salva, cioè quello riguardante
il sesso dei pazienti cui riservare questa stravagante e miracolosa
ristrutturazione. Si sostiene che l’imene e la verginità, conseguente e
correlata, appartengano sia a maschi che a femmine, credo per una questione di
pari opportunità. A reclamare tale ammodernamento anatomico si sono impegnati i
grandi uomini della prima, della seconda, della terza, della quarta, della
ennesima repubblica. Leggermente sputtanati e disfatti in decenni di infernale
e volgare promiscuità e sfrenato onanismo, senza controllo e con
autoreferenzialità, stanno rivalutando all’improvviso il concetto di purezza. Non
è raro ammirare gruppi di quelli che una volta si chiamavano politici, in
vestaglia dal gusto classico, reduci e convalescenti dal suddetto trattamento,
seduti su poltrone di similpelle bordeaux nelle hall di cliniche di chirurgia
ricostruttiva. La schiera dei “rifatti” comprende anche politologi,
finedicitori di politica, economisti dell’ultima ora e bellimbusti di contorno,
giornalisti compiacenti, adulatori prezzolati. Vestali di ritorno, risettati
nella morale situata negli organi genitali, si apprestano a riprendere il rituale
dei baccanali. Si guardano vicendevolmente, non hanno neppure il tempo per
gesti di intesa, non arrossiscono, ammiccano a chi li sorprende e soltanto ad
uno sguardo esperto non sfuggirà una patetica rappresentazione di rinnovata forza,
che sembri, però, forza mai perduta. Le sale operatorie traboccano, la fila è
lunga, la lista d’attesa pure. Le poltrone delle hall scarseggiano, le
dimissioni per lasciare posti liberi incalzano, le guarigioni e le
cicatrizzazioni non sono così tanto garantite. Il fenomeno dell’affollamento ha
diverse spiegazioni. Prima di tutto c’è un po’ di tempo. Qualcun altro si sta
occupando delle faccende cui dovrebbe essere dedicato il loro retribuito
lavoro. Usufruiscono di un congedo temporaneo. E quale migliore momento per
riconnotare il look. Tutti si stanno affrettando nella ricomposizione, pressati
come sono da immancabili appuntamenti di prossimi rapporti intimi (si fa per
dire), già previsti nelle scadenze e negli istituzionali obbiettivi. Tutti
insieme, nella tipica ammucchiata che caratterizza, secondo la loro comune
concezione epicurea, ogni mandata elettorale, si dovranno presentare al meglio
delle proprie capacità polisessuali, belli e appetibili come tanti anni fa,
come tante repubbliche fa, come tante degradazioni fa. Al teatrino non deve
mancare nulla perché la rappresentazione possa ripartire nella sua completezza.
La hall della clinica si anima di continuo per le prove. Il fruscio delle
vestaglie non smette fino a notte inoltrata. Truccatori e costumisti
intervengono con circospezione ed efficacia, intanto che gli illibati di
seconda mano si organizzano nel controllo della timidezza e dell’emozione e
gargarizzano per dare alla voce un non so che di limpidezza. Azzardano la
strutturazione di nuovi gruppi di recita, dai nomi poco evocativi di precedenti
sconcezze e, d’altra parte, ancora ammiccanti per prossime clientele. Si va da “Rondini
passeggere” a “Stelle filanti”, da “Luci del mezzogiorno” a “Stivale immacolato”,
da “Ronda del Tanaro” a “Pizza incatenata”, da “Regione pura” a “Mistero
costituzionale”. Le giornate trascorrono tra queste amenità. Gli operati stanno
radicandosi nell’appropriazione di una definita identità accettabile e prendono
pillole a base di fiori di loto per annebbiare i ricordi e scongiurare gaffe. I
cronisti di eventi di buona sanità gongolano. I media sono un po’ sbalestrati
in questo momento di limbo, ma confidano che la loro presenza sarà
sempiternamente utile alla pantomima. Scalpitano per la ridiscesa in campo dei
vecchi ringiovaniti compagni. Non ne possono più di gente seria e seriosa che
incombe sull’attualità senza un minimo di osé e prouesse. Un filino di
burlesque, suvvia, cosa vuoi che sia! Le loro deflorazioni o non sono neppure
ipotizzabili o sono talmente indicibili da sfuggire ad esplorazioni
superficiali.
Ma una nube grigia o forse anche nera si abbatte
sulla clinica delle vacanze a disturbare la convalescenza e, può darsi, a
compromettere il risultato di tanta fatica. Compaiono con maggiore frequenza
del solito gli aggiornamenti dei sondaggi descritti in torte o colonne definite
da grandezze percentuali. I giornalisti, ancora in pigiama, vengono mandati
allo sbaraglio per riprendere posizione. Devono allestire immediatamente gli
spazi per accogliere i biancovestiti in una sorta di ballo di debuttanti di
secondo pelo. Ai politici non è mai importato niente di chi fosse ciascuno di
noi. Tanto, ognuno di noi è sempre rintracciabile in una colonna o in una fetta
di torta e tanto basta. Loro non dovranno mai perdere tempo con istanze
singole, distinte, specifiche o da class action. Hanno sempre avuto fiducia
che, comunque, le poltrone rosse delle camere (parlamentari, in questo caso)
fossero sempre a loro disposizione in quantità più che sufficiente. Non come
quelle in similpelle bordeaux della clinica, che cominciano a scarseggiare.
Nella sala della televisione, tra impicci di flebo ricostituenti e giornali
spiegazzati  per l’incredulità, i
principi dell’inconsistenza e dell’imbroglio aspettano dai loro portavoce la
costruzione di opinioni di speranza, redenzione. Una specie di clima da tappeto
rosso per il loro ritorno. Però tutto sembra difficile. Proprio di questi tempi
sondaggisti e sondaggiati sembrano impazziti e procurano grattacapi ai poveri
degenti fremebondi e assatanati di nuovi piaceri e piaceri nuovi. La più
consistente delle fette di torta sembra proprio quella che non si può spartire
e neppure assaggiare. Gli intenzionati a non votare sono diventati la
maggioranza vera. Saranno i puritani, i pentiti, i redenti, i vecchi impotenti,
i pigri, gli scafati, gli scazzati irrimediabilmente, gli invalidi permanenti
da lesione da padulo? Mah. L’orrore si ingrossa ulteriormente con la quota
degli indecisi, quelli che, una volta, si diceva facessero flanella nei casini,
tipo guardoni con arrapamento sufficiente e disponibilità insufficiente. Poi c’è
il popolo con l’obiettivo della scheda bianca, quella posizione di privatissima
protesta intimistica, di resa non violenta, di “ti vedo e non ti vedo”. Tutte
insieme queste categorie fanno la maggioranza assoluta dell’elettorato e
costituiscono più della metà della torta. Davanti alla rappresentazione grafica
di tale incubo, i nostri vestagliati si abbattono sulle poltrone e si domandano
se valesse la pena di sprecare tempo a ritoccarsi o se non fosse stato meglio
depravarsi ancora di più fino all’abuso. Eppure, su questi pensieri, usando le
loro provatissime e riconosciute abilità digestive e compromissorie, non si
dannano e considerano la questione aperta e la dialettica ancora possibile.
E poi il colpo finale, la mazzata che
ammutolisce la sala della televisione. Beppe Grillo. Incontrollabile,
sottovalutato, diverso, è adesso minaccioso veramente. Compare sostanzioso
nella sua percentuale e inarrestabilmente spacca equilibri e logiche. Non ne
avevano mai parlato. Nel calderone dell’antipolitica ci stava tutto, Beppe
Grillo compreso. Che bisogno c’era di aver paura di un’alternativa senza
qualifica, appartenenza, categoria di riferimento? L’ideologia del bunga e
dell’antibunga erano sufficienti a eletti ed elettori per il funzionamento di Stato, società e politica estera. Ora bisogna fare i conti
con lo spauracchio. Prima regola che si impongono i neovergini è quella di non
nominare mai il nome dell’interessato. La volgare citazione appare scritta
negli sfondi degli studi e, al massimo, velocissimamente pronunciata da
scioglilinguisti allenati. Vengono impegnati, poi, scrittori dal costo elevato
per la edificazione della muraglia di discredito che comprenda
intelligentissimi riferimenti al qualunquismo, all’utopia, al populismo, alla
sovversione, all’anacronismo, all’irrispettosità, all’inconsistenza. Contenti
delle strategie impostate, appagati ogni tanto da un “più zero, qualcosa”, si
godono il prurito dei genitali riparati.            
       



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