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Fotografie


























MINA e l’immagine, Mina donna fotografata, fotografatissima, una costellazione di foto in cui è ritratta. Mina, più che semplice immagine, icona. Mina tendenza. Mina e la moda? La fa, da subito.
1958, dicembre, Teatro Smeraldo “la ragazza alta dalle scapole magre ondeggia in un vestito troppo largo per lei” si legge in un articolo di Guido Gerosa su La Notte del 2 dicembre di quell’anno, il primissimo articolo dedicato a Mina, che assicura, tra l’altro, “ieri sera allo Smeraldo è nata una stella”. Quella ragazza, la stella dell’articolo e della serata pioniera, nel giro di pochissimo tempo, un mese o due, sarà presa d’assalto da giornalisti e fotografi che si allungheranno da Milano fino, pensate, in provincia, a
Cremona, per andarla a intervistare e fotografare. Si chiama Mina, ma si chiama anche Baby Gate, ha la sua divisa nei blue-jeans e maglioni lunghi e assai comodi rigorosamente generazionali. Il viaggio da Milano a Cremona varrà ai cronisti e reporter un premio, una Mina che si fa fotografare “abillée” in un vicolo antico, davanti a una scalinata “m’ama non m’ama”, sopra una torpedo d’epoca, in alta tenuta, in abiti da gran sera molto probabilmente, provenienti dal saccheggiato guardaroba da sera dell’elegante mamma. Sì, ma adesso basta, però! E tornano gli amati blue-jeans, che, indossati in realtà per una breve stagione, passeranno nei racconti dei biografi, poi, come una sua secoda pelle, una sua divisa naturale, in rispetto di quanto dovesse essere “bruciata” la gioventù dell’epoca, di quanto dovesse essere “ribelle”, con “bambole” aggressive quanto i loro teddy-boy-friends. Mina, come forse altre “pupe” dell’infernale girone “degli adolescenti”, è ragazza ragazza, ma anche troppo pudica per sentirsi tutta la ragazza che è, quindi ha già inaugurato la lunghissima serie delle maschere con le quali si divertirà a presentarsi nel corso degli anni a venire: quella jeans-maglione regge quel che regge, cade con la stessa rapidità con la quale Mina esplode le sue raffiche di qualcos’altro e qualcos’altro e qualcos’altro e qualcos’altro, a sana conferma, in fondo, di quanto dicono di ogni loro nipote, con sotto sotto una, due, tre, e anche più punte d’orgoglio, tutte le nonne di paese e di città : “Una ne fa, cento ne pensa!…”. E’ vero, per quanto riguarda Mina è dimostrato.
Eccola a Sanremo; di già!?! Non è passato che poco più di un anno dai primi strilli. Per correttezza chiamiamoli “urli”, come da qualifica professionale.
E l’urlatrice, mentre ne ha combinate già più d’una, ne ha già pensate altre mille, e in parte ne ha già messe in pratica un bel po’: mentre aumentava la frequentazione del guardaroba di mamma, e iniziava una maggior frequentazione dell’atelier della signora Rosetta, maga dei cartamodelli, e figurini, viaggi a Milano a non finire per trovare proprio quella guarnizione, proprio quella fibbia , proprio quei bottoni, proprio quell’organza lì e non quell’altra, altro che! Eh! Il travestimento è un gioco di un divertente unico, ma vuole i suoi sacrifici!
E poi, scherzerai!? vorrai mica presentarti a fare tutto quel che ci vuole per cantare in pubblico così come sei, come il cielo ti ha fatto?
Sanremo 61 è l’apoteosi del primo glamour minesco: Mina e la signora Rosetta non si negano proprio niente, si impossessano delle canzoni da presentare, le sceneggiano, ne fanno una sorta di canovaccio da commedia dell’arte, e le recitano con una serie di abiti che la metà sarebbero bastati per una tournée promozionale di Jean Harlow – al cui stile, tra l’altro, qui un po’ castigato e reso un pochino più “cocktail” che “gran sera”, giusto per non esagerarissimo, sembrerebbero rifarsi. Il colpo grosso è lo stupendo visone super america-nonchalance-diva-che più diva non si può che Mina ventenne porta nascondendo il viso nell’immenso bavero sciallato o penzoloni sulla schiena con la cura che nel resto del paese si dà allo scialletto della zia Teresina.
Mina è bellissima. I lineamenti affilati, nervosi, scattanti come tutto è scattante in lei pigra ragazza della provincia sonnolenta. Mina è una furia esaltante, probabilmente per sopportare la trasformazione in mestiere di una passione-divertimento.
Interpreta canzoni e se stessa; quei vestiti-costumi ne sono la prova. E’ troppo. E’ lei che viene dalla provincia, ma è l’Italia che è provinciale: Jean Harlow? I satin? Un giunco flessuoso che svetta in un bouquet di bolle blu? Io amo tu ami? Le guarnizioni di visone-balza in fondo all’abito nero un po’ “roaring-Hollywood” e un po’ “affiche” pubblicitaria francese anni venti prima che la pubblicità venisse ridichiarata magistra-vitae? No, no, no, non se ne parla neanche! E’ troppo, è veramente troppo, che diamine!
Ecco il dopo Sanremo 61 “qui tollit peccata mundi”. Il suo peccato di essersi un po’ piegata alla moda, pur reinventandola, probabilmente Mina non lo pagherà mai più. Flessioncina degli entusiasmi deliranti della stampa nei confronti di Mina che si “reca” in Giappone e torna in Kimono a “Studio Uno”: il primo, glorioso “Studio Uno” mega-show del sabato sera tutto-assolutamente in diretta “Signori, adesso Mina!” e Mina c’era davvero lì, in quel momento e cantava, proprio lì, mentre tu davanti al televisore ti scartavi una caramella, o bevevi un sorso di cognac, proprio in quel momento lei cantava. Da brividi; per tutti, per lei, per i musicisti, per i tecnici audio e video, per noi a casa.
Più che agli abiti di scena di Mina, i giornali riprendono a far riferimento agli abiti di Mina nella vita di tutti i giorni. Quel visone super america-non chalance-diva che più diva non si può fa il giro di tutti i periodici nazionali coprendo ora una gonnellina a pieghe con sopra un golfino, ora un’altra gonnellina a pieghe con sopra un altro golfino - che però, tutte le gonnelline e tutti i golfini sembra che li abbia inventati lei, la Mina. E ora, capolavoro!, il super visone ecco che copre dei pantaloni elastici (un po’ Sabrina-Hepburn, diciamolo. L’ avreste detto?) col tallone-passante per tenerli sempre tesi sulle gambe vertiginose, neri con sopra un girocollo nero, il tutto un po’ sciatore ma non troppo, quel tanto che basta perché risulti perfetto nello scendere e salire convulso della vita convulsissima di Mina dalla Mercedes spider color caffelatte ad assetto bassissimo che è inseguita ovunque e comunque dai fotografi per tutta la penisola neanche fosse la Sacra Sindone in fuga per la Palestina.
Ah! I film. Dimenticavo il cinema. I costumi di scena di Mina? Presto detto: i vestiti di Mina. Indovinate un po’!…: una delizia di cappottino un po’ sette ottavi (all’epoca le frazioni erano un must nella moda; si cominciava dal tre quarti e si finiva con il nove decimi rasentando acrobaticamente la frazione apparente del dieci-decimi; peccato per lui che Pitagora fosse già morto)... cappottino sette ottavi dicevo, sciallatissimo (manica anche un po’
meno, mi sorge il sospetto, dei sette ottavi suddetti) in principe di galles, tanto chic e sbarazzino da richiedere una pettinatura a “ciuffetti” laterali un po’ “soldato blù” (che non era ancora stato girato). Nell’insieme, quello che si sarebbe richiesto ad una ricchissima rampolla americana in collegio in Belgio. Troppo, ancora troppo. Ma ai ragazzi, e alle ragazze, che tant’è vero si vestono come lei, piace. E anche alle mamme. E anche alle zie. E anche ai papà. Ma a chi non piace, allora? Mah! Zitto tu! che sei un pubblico bambino e i bambini non devono far troppe domande. Anni targati 1961, 1962.
Come si deve vestire una celebre cantante ragazza madre appena diventata madre? Proprio come le pare. Toh, curioso, è proprio quello che succede. Mina si vestirà esattamente come avrà voglia di fare secondo l’umore del quale si sveglierà; e di ottimo grado si metterà come una cugina rinascimentale, buona, paziente e disponibile della Venere di Milo a far prendere in santa pace l’orlo, le scollature e i giri manica a costumisti e sarte della TV. Chiedetelo alla sarta Rina.
Sono arrivati: anni così “ye-yé” da sentir fare “yé-yé” anche alle vecchie bàlie che ci avevano svezzato a tarantelle, così “Optical” da suggerire una serie di riedizioni “Courreges-blow-up” de “La cieca di Sorrento”, così “Carnaby-street” da far pensare d’essere così figli dei fiori tanto da convincersi che nostra madre era un geranio.
Mina? Non fa torto a nessuno. Per quello che gliene importa. E’ un gioco, no? Figurati se lei non gioca! Gioca, gioca, si capisce, che gioca.
Sono gli anni Sessanta dei grandi “Studio Uno” ’65 e ’66. In scena Mina è vestita da “sontuosa” padrona di casa; in abiti da “solenne” stella del “bel canto leggero”, deve essere pronta ad accogliere ospiti come Totò, Principe De Curtis, e i più bei nomi del gotha dello spettacolo nazionale ed internazionale.
E i grandi couturier che la rincorrono? Già, davvero; che si rispetti anche il loro lavoro : in ambienti di lavoro! Detto fatto.
Arriva, nel ’67, una serie di super sabati con “Sabato sera” in cui Mina, di volta in volta, è vestita da tutti i grandi nomi dell’alta moda, uno diverso per ogni puntata. Le fogge e i colori si sprecano, dieci abiti per canzone, a volte , in un’infinità di “stacchi” e di infinite prove per le riprese. Dicono che li abbia voluti la TV. Lei non era d’accordo? Ma sì, che lo era, no, non lo era. Ma sì, ma no, ma sì. Mina replica come sempre: lascia fare, lascia dire e tace.
Nel frattempo,però, si era fatta le ossa con Piero Gherardi, grande Gherardi, mago-costumista-mago di Mago Fellini, che poco prima, nel ’66, in una serie famosa di caroselli l’aveva fatta diventare, avvolta in costumi-architettura, precoce Enotea, cornucopia, galassia di buchi neri, il centralino telefonico di Babele, la rete da pesca di un Ulisse-Rambo, fiore-calla nel quale qualcuno avrebbe voluto sentir sibilare una curiosa accidentale assonanza con Callas.
E fuori scena? Mina gioca ancora, con tutti i vestiti giocattolo che trova, abbastanza leggeri per star bene col taglio di capelli corto, svasato, scalato, a caschetto piramidale e abbastanza sostenuti per reggere il peso delle ciglia finte-guard rail che da un po’ sono entrate a far parte del gioco. Dio mio l’esagerazione! Mi diverte così tanto da farmi ridere solo a pronunciare la parola. Ah! Altra dimenticanza! Nel frattempo siamo senza
sopracciglia.
Ma quanti capelli! Sono quelli di “Amor mio”: autrice la Dina di Milano. Con tanta coiffure, basta una minigonna, un mini-abito, tutto minissimo, per essere pronta per una super tournée trionfale nei più grandi teatri della penisola.
Eccola in una “mini-armatura-maxi-pull-Paco Rabanne-memory” fatta tutta di lucide tesserine metalliche tenute tra loro da mini-anellini di congiunzione. E altri super-mini. Sopra quei mini-mini come sospesi sullo stelo delle “gambissime a vista”: maxicappotto in volpe argentata con cappuccio, sciancrato come il momento vuole, ma non troppo, come vuole la Mina.
1971.
Finiscono le tournée invernali.
1972,finisce Teatro 10 con le sue crinoline stile “cocktail di una magrissima Eleonore Roosevelt nel ’35”, e tornano le serate estive in riva ai mari.
Arrivano gli stilisti. E si disperano, ma sono anche contenti. Mina, che non riesce a fare un risotto senza metterci del suo nella ricetta, fa altrettanto, ahimé, coi super vestiti di super “stilisti in fiore” che paga cifre per usarli di scena; divertendocisi anche un po’, però, si capisce. E stupendi crèpe de chine svasati godé plissé enchanté finiscono a sventolare sopra zatteroni-Tamara da far invidia al “Kon Tiki”, scialli andalusi e anche un po’ berbero-poloponnesico-abruzzesi guarniscono i primi di quei super modelli che poi varranno, in seguito, ai loro autori l’incoronazione per aver rappacificato l’Italia con la bilancia dei pagamenti. Ma che succede? Mina si ritira! Si ritira?!?!? Si ritira.
Eccola salire in macchina scicchissima, in volpi rosse e jersey cammello, macché, macché, in pantaloni rigatini tipo tight e giacca da uomo strafirmata con l’etichetta staccata. Macché, macché, ha un cappotto francese da capogiro di velluto a coste tipo trench ma ancora di più che siccome le è piaciuto se l’è fatto dare da un suo amico in cambio di un cronografo oro e smalto, cinturino cocco, del ‘32. Ah, vedi, anche Mina ha i suoi mercatini.
E rieccola, in scena, “Milleluci” 1974, costumi di Colabucci Corrado.
Che esulta : “Cielo, che meraviglia! Magra così la posso vestire come mi pare, evviva!”. E la veste da dio! Cioè, da dea. Colabucci ha a disposizone una Mina affusolatissima dai capelli corti più “Signora di Shangai” della Signora di Shangai, che, come diceva Orson Welles ai truccatori preoccupati per il caldo dei riflettori, non sudava ma risplendeva. E la Mina “risplende” in quei vestiti anni quaranta, con le abbondanze dei tessuti che cadono giù diritte come tuniche, con le spalle quadrate, i girocollo alti davanti risolti in vertiginose scollature sulla schiena. Un trionfo di classe, eleganza e risultati scenici. Basta controllare.
E rieccola fuoriscena. Basta di nuovo. Via, via, via. Via.
Fino al ’78, la rentrée, della quale è stato talmente scritto e descritto che
mi sembra quasi inutile e ripetitivo farlo anche qua. Riporterò soltanto qualcosa: “Bianca, grande, opulenta, riccamente carnale…” (Natalia Aspesi, Repubblica 4/7/78) , e “..Mina alza il braccio e sembra una statua
Liberty paludata di veli neri, il microfono al posto della torcia votiva”, Maurizio Chierici, sul Corriere della Sera del 26/6/78 . Ecco, Mina riesce a indossare anche le torce.
E rieccola fuoriscena. Basta di nuovo. Ancora via via via. Complice, stavolta, una broncopolmonite che mette lo zampino in, sia pure solo eventuali, progetti.
Solo dischi. E il video a sorpresa in studio del 2001 col quale si slancia nella galassia internet. E pur sorprendendoci continuamente, di sorpresa in sorpresa, Mina è ormai icona classica, è una vera e propria divisa, come quelle che si inventa e adotta. Eccola la parola: divisa, come uniforme; immagine di sé o per sé? Come ha sempre giocato lei, giochiamo anche noi a immaginarlo come ci piace. E lasciamola libera di saperlo solo lei.
di Lele Cerri ©
Mina immagini. In Photobox sarà possibile comporre il proprio album di immagini esattamente come vorremo